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Quali rischi si corrono con l’assunzione di cibi “grassi”

Sappiamo che è opportuno non consumare grosse quantità di grassi saturi, ma evidenze recenti suggeriscono che l’assunzione di questo tipo di grassi alimentari non si associa chiaramente a rischi cardiovascolari come supposto, mentre l’uso di grassi trans si associa in modo ambiguo ma cospicuo ad eventi cardiovascolari coronarici, tanto che la FDA ha posto il 2018 come limite massimo in cui le industrie alimentari possono utilizzare questo tipo di grassi. È stata adesso realizzata una metanalisi di dozzine di studi osservazionali per valutare l’associazione tra grassi saturi o trans e parecchi risultati clinici negativi. Dopo i vari aggiustamenti è emerso che un’elevata assunzione di grassi saturi (carne, uova, latticini, salmone, cioccolato) non si associa ad un aumento di rischio di decesso, di mortalità coronarica, di mortalità cardiovascolare, di stroke ischemico o di diabete di tipo 2. Al contrario, un’elevata assunzione di grassi trans si è associata ad un significativo aumento del rischio di decesso da qualsiasi causa, di mortalità cardiovascolare e di mortalità globale. L’assunzione di grosse quantità di grassi trans di origine industriale si è associata ad aumento di mortalità cardiovascolare e da qualsiasi causa. L’assunzione di grassi derivati da animali ruminanti (prodotti nell’intestino dei ruminanti e presenti in piccole quantità nei prodotti caseari e di carne) si è invece associata ad un diminuito rischio di diabete di tipo 2.

In base a questa metanalisi il consumo di grassi saturi non comporta risultati clinici negativi, contrariamente a quanto sempre affermato. Occorre però prestare attenzione ad alcuni avvertimenti: possono essere presenti fattori di confondimento non identificati, dal momento che gli studi presi in esame sono tutti di tipo osservazionale. In secondo luogo si è notata una chiara associazione tra malattie e decessi cardiovascolari in alcuni sottogruppi esaminati (ad esempio giovani americani). Inoltre una recente metanalisi di studi randomizzati ha dimostrato che riducendo il consumo di grassi saturi dal 17% al 9% del fabbisogno energetico (sostituendoli con grassi polinsaturi e non con carboidrati o proteine) il rischio cardiovascolare si riduce significativamente

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