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Esercizio per vivere di più
Se
parametri utili per valutare il rischio cardiovascolare, come la
presenza di diabete, necessitano di una valutazione oggettiva con
misurazioni strumentali, per valutare l’attività fisica
basta chiedere al paziente. L’attività fisica che si
dichiara di fare nel proprio tempo libero, trova, nel lungo termine, un
ottimo livello di correlazione (inversa) con il rischio di morire per
cause cardiovascolari e per tutte le altre cause in persone sane dal
punto di vista cardiovascolare e che non soffrono di patologie
coronariche. Vale a dire che si può considerare un buon
indicatore predittivo del rischio cardiovascolare. Quello che non
è ancora chiaro è se la stessa considerazione si possa
fare quando la domanda viene posta a persone che soffrono di malattia
coronarica.
Numeri per dimostrare
Qualche
dato statistico significativo è stato ottenuto con un monitoraggio di
cinque anni, ma su un campione di nemmeno mille persone, e per quanto
fosse stata riscontrata una riduzione del 50% del rischio di morire già
con una attività fisica leggera la correlazione si perdeva a livelli di
intensità maggiore di esercizio. Poiché mai come in questi studi sono
importanti i numeri, è probabile che un campione di 772 persone non sia
sufficientemente ampio per poter considerare predittivo un parametro.
Ampliando il campione e il periodo di monitoraggio, tuttavia, risultati
certi iniziano ad arrivare. Sono stati recentemente resi noti i dati
raccolti da un’indagine, avviata nella seconda metà degli anni ’70 e
conclusasi negli anni ’90, dopo circa 14 anni e mezzo di monitoraggio
di una popolazione di quasi 25 mila pazienti con malattia coronarica
provata o sospetta arruolati nel Registro del Coronary Artery Surgery
Study (CASS). Annualmente gli operatori, oltre alle valutazioni
demografiche e cliniche di routine, inclusa l’abitudine al fumo, hanno
chiesto ai pazienti di parlare di ciò che facevano ogni giorno nel
tempo libero e che livello di attività fisica e ricreativa avevano
praticato nei sei mesi precedenti.
L'intensità fa la differenza
Sulla base delle dichiarazioni rilasciate dai pazienti durante gli incontri è stato possibile tracciare una scala di attività a quattro livelli: strenua, moderata, leggera e sedentaria. L’attività strenua includeva anche un aspetto competitivo e la capacità di resistenza allo sforzo magari richiesto da un gioco di squadra. La moderazione prevedeva attività che comportavano piacere e rilassamento; un’attività leggera includeva solo un leggero esercizio fisico; venivano considerate attività sedentarie tutte quelle che si potevano svolgere stando seduti. Sulla base delle risposte e della sovrapposizione dei dati raccolti in quasi 15 anni, è stata osservato che il livello di intensità dell’attività fisica calava soprattutto tra le donne, nelle fasce di età più avanzate, in presenza di diabete, ipertensione tabagismo e familiarità con malattie cardiache coronariche insorte precocemente. Non c’erano differenze tra gli indici di massa corporea anche se chi faceva meno attività fisica aveva un peso corporeo più basso, indice di una minore prestanza fisica. Inoltre, è stato individuato un gradiente di rischio dai gruppi più attivi a quelli meno attivi che vedeva aumentare il rischio di eventi cardiovascolari, nei soggetti sedentari, da 1,6 a 2 volte. Anche a parità di altre variabili, come età, abitudine al fumo, colesterolemia e altre, il gradiente si attenuava, ma rimaneva evidente, a confermare un valore predittivo e indipendente dell’attività fisica e dell’intensità della stessa. Assodato, per buon senso e per evidenze scientifiche, che fare esercizio fa bene quando si sta bene a maggior ragione quando di soffre di una patologia coronarica l’attività fisica non può essere abbandonata. Tanto meno esclusa.